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Ciao, devo una confessione prima di cominciare.
Questo articolo sulla mela golden delicious, non sarebbe esistito senza aver letto il libro di Fabio Ciconte “Chi possiede i frutti della terra”. L’ho letto cercando altro, come succede con i libri che contano. Da lì sono arrivato a Pollan, a Lomazzi, a un articolo del New York Times del 1974 che sembra un romanzo western.
E alla fine sono finito qui, a scrivervi di una mela gialla che tutti conoscono ma che nessuno conosce davvero. Se nell’articolo sulla Fuji vi avevo consigliato Ringo no Uta come sottofondo, oggi la musica cambia.
Sempre suggerito da Fabio Ciconte, mettete su Take Me Home, Country Roads di John Denver. Quella originale. Perché è nelle montagne della Virginia Occidentale che comincia tutto.
Anderson Mullins, Clay County, West Virginia, ha un problema strano: sul suo terreno c’è un albero che nessuno ha piantato e che cerca di estirpare. Produce mele gialle, croccanti, dolcissime, in quantità ridicole, anche quando tutto intorno è arido. Un albero che sembra non chiedere niente a nessuno.
Mullins mette tre mele in una scatola e le spedisce a Paul Stark, a quel tempo uno dei vivaisti più importanti d’America per partecipare a Miss Apple ‘14. Non sa esattamente perché lo fa. Sa solo che quelle mele sono strane nel senso buono.
Stark le assaggia. E vooola.
Mille miglia in treno, poi su una ferrovia a scartamento ridotto, peggio della Messina Palermo, poi a cavallo attraverso le montagne del West Virginia verso una fattoria sul Porter’s Creek che nessun GPS avrebbe mai trovato.
Trova l’albero carico di frutti dorati su una collina quasi completamente spoglia. E qui succede la cosa più assurda della storia dell’agricoltura mondiale.
Stark compra quell’albero. Non i diritti, non qualche ramo. Compra l’albero e i novanta piedi quadrati di terra intorno per la modica cifra di cinquemila dollari. Attenzione correva l’anno 1914, quando il salario medio di un operaio americano era duecento dollari l’anno.
Poi fa costruire intorno all’albero una gabbia di ferro. Fa stendere dei fili dall’albero fino alla cucina della casa dei Mullins, collegati a un campanello d’allarme. Se qualcuno toccava la gabbia di notte, suonava in cucina.
Poi tenta di assicurare quell’albero per cinquantamila dollari. Le grandi compagnie assicurative di Chicago e St. Louis rifiutano. Era troppo assurdo anche per loro. Nessuno aveva mai chiesto di assicurare un albero.
E qui capite che tipo era Stark. Non stava solo proteggendo un investimento. Stava costruendo una storia. Come scrivono le cronache dell’epoca, la gabbia serviva..ripropongo lo slogan “to provide a dramatic touch for the advertising that was bound to come later” (per dare un tocco di drammaticità alla pubblicità che sarebbe sicuramente arrivata in seguito). Sapeva già che quella mela avrebbe avuto bisogno di un mito. E stava costruendo il mito insieme all’albero.
Adesso ti stai chiedendo: “da dove veniva quell’albero?” Nessuno lo sa con certezza. Ed è questo il punto più bello e più scomodo di tutta la storia. La mela Golden delicious è probabilmente un ibrido spontaneo tra la Grimes Golden e la Golden Reinette, due varietà oggi quasi introvabili. L’albero di Mullins era lì per caso, figlio di un incrocio che nessuno aveva pianificato e che tra l’altro aveva cercato di estirpare.
Come spiega Michael Pollan ne La Botanica del Desiderio, le mele sono maestre del sesso promiscuo. Ogni seme è geneticamente unico, diverso dalla pianta madre, diverso da qualsiasi altra mela mai esistita. Non si riproducono fedeli a se stesse. Si reinventano continuamente, per caso, con risultati imprevedibili, come noi del resto.
Quella mela Golden Delicious sul Porter’s Creek era un essere unico al mondo. Noi cosa abbiamo fatto? L’abbiamo clonata fino all’infinito e l’abbiamo resa anonima.
John Chapman alias Johnny Appleseed, il tipo con la pentola in testa non era un hippie gentile come ce l’ha mostrato la Walt Disney. Era un imprenditore con uno schema preciso: arrivava nei nuovi territori prima dei coloni, piantava vivai di meli da seme, aspettava che i coloni arrivassero e vendeva loro gli alberi. La legge americana richiede(va) alberi da frutto come prova di insediamento permanente. Chapman aveva capito la dinamica prima di chiunque altro. Ma c’è una differenza fondamentale rispetto a Stark, Chapman piantava da seme, non clonava niente. Ogni albero era diverso dagli altri, ogni mela un’incognita. Come documenta Giuliana Lomazzi nel Libro delle Mele, nei suoi viaggi attraverso Ohio, Indiana e Illinois Chapman ha creato una biodiversità melicola enorme e completamente casuale. Ogni fattoria aveva le sue mele, con nomi locali, storie locali, sapori che non esistevano da nessun’altra parte.
Poi è arrivato il mercato moderno e ha fatto pulizia. Negli Stati Uniti a inizio Novecento esistevano circa 14.000 varietà di mele documentate. Oggi nei supermercati ne trovate mediamente sei.
C’è un’ironia pesante in quell’immagine del Porter’s Creek che più ci penso più mi disturba. Stark aveva costruito quella gabbia per proteggere l’unicità di quell’albero. Ma poi come spiega bene Ciconte ha contribuito a far approvare il Plant Patent Act del 1930, la prima legge al mondo che permetteva di brevettare le varietà vegetali. Una legge che proteggeva i vivaisti ma costruiva anche un sistema in cui la diversità genetica diventava proprietà privata.
Abbiamo preso un miracolo genetico accidentale e lo abbiamo trasformato in commodity.
Ogni varietà perduta non è solo un sapore che scompare. È come direbbe Giusto Giovannetti un ecosistema microbico specifico che co-evolve con quella pianta, con quel suolo, con quell’ambiente. Perdi la varietà, perdi i microbi. Perdi i microbi, impoverisci il suolo. Impoverisci il suolo, dipendi ancora di più dalla chimica. Avete presente la canzoncina “per fare un albero, ci vuole il seme..” ma in chiave negativa.
È un domino. Il primo tassello era quella gabbia di ferro in West Virginia.
Quando vedete quella mela gialla nel banco della frutta, ricordatevi: discende da un albero trovato per caso su una collina spoglia, comprato per cinquemila dollari da un uomo che aveva fatto mille miglia a cavallo, rinchiuso in una gabbia con l’allarme che suonava in cucina.
Era un miracolo genetico.
Noi l’abbiamo resa la mela più noiosa del mondo. La differenza si chiama biodiversità. E si misura in varietà che non esistono più.
Take me home, country roads.
Eman
Letture
Chi possiede i frutti della terra — Fabio Ciconte (al momento della pubblicazione di questo articolo, offre il 50% di sconto. Oh non è una marchetta!!)
La Botanica del Desiderio — Michael Pollan
Il Libro delle Mele — Giuliana Lomazzi
Obituary Paul Stark — The New York Times, 1 novembre 1974
Approfondimenti
La storia dell’albero originale, con la testimonianza diretta della famiglia Mullins — wvgw.net
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